ILARIA MARGUTTI IN MOSTRA DA GILDA CONTEMPORARY ARTI CON ANTIGONE

Gilda Contemporary Art presenta – negli spazi di via San Maurilio 14 a Milano e visitabile fino al 30 giugno 2026 – Antigone di Ilaria Margutti, a cura di Cristina Gilda Artese, un progetto espositivo che attraversa il ricamo e lo trasforma in pratica di pensiero. All’interno del percorso, il gesto lento, ripetuto e attentamente sedimentato diventa il nucleo generativo di una ricerca che sottrae il fare artistico alla logica dell’immediatezza, restituendogli una temporalità espansa in cui forma e pensiero si co-producono. Il lavoro si sviluppa attorno a una declinazione del femminile che non è immagine o rappresentazione, ma principio originario, spazio di possibilità. Le figure ricamate non si impongono mai in modo definitivo: emergono, si ritirano, restano sospese in una condizione in cui presenza e assenza, visibile e latenza, si intrecciano continuamente. In questo spazio instabile, l’identità non si cristallizza, ma si mantiene aperta come processo in costante ridefinizione.

Il riferimento ad Antigone introduce una stratificazione teorica che attraversa l’intero progetto. Figura liminale per eccellenza, in bilico tra legge e disobbedienza, tra norma e coscienza, Antigone incarna una forma di resistenza che non si esaurisce nel conflitto, ma apre a una diversa possibilità del senso. Alla luce delle riflessioni di Luce Irigaray, essa può essere letta non soltanto come soggetto escluso dall’ordine simbolico patriarcale, ma come portatrice di un desiderio eccedente, capace di mettere in crisi le strutture che tentano di contenerlo e di rendere visibile ciò che ancora non trova linguaggio. In questa prospettiva, il femminile non si definisce come categoria oppositiva, ma come forza attraversante e trasformativa, capace di disarticolare i codici esistenti e di generare nuove forme di relazione e significato. Non si tratta di un’identità stabile, bensì di un’energia in movimento che agisce nella tensione tra presenza e assenza, definizione e dissoluzione, visibile e invisibile.

Il ricamo assume così una valenza insieme formale e concettuale. Il filo, nella sua natura intrecciata e stratificata, costruisce reti di relazioni che rendono percepibile ciò che normalmente resta sommerso. I segni non svolgono una funzione decorativa, ma operano come nodi di un sistema relazionale complesso, in cui ogni elemento rimanda ad altro secondo una logica di interconnessione continua. Il visibile si offre allora come superficie attraversata da forze eccedenti, mai pienamente controllabili. In lavori come Arcipelaghi, la frammentazione non implica perdita, ma apertura di senso. Le figure, separate e al tempo stesso interconnesse, delineano una struttura aperta in cui il vuoto non è mancanza, ma spazio generativo. Il frammento non interrompe il significato, ma lo moltiplica, attivando una pluralità di letture possibili.


L’intero percorso si presenta come una costellazione silenziosa, in cui il segno ricamato diventa luogo di attraversamento tra visibile e invisibile, tra presenza e potenzialità. La lentezza del gesto non è soltanto una scelta tecnica, ma una postura teorica ed esistenziale: una modalità attraverso cui il tempo si deposita, il senso emerge gradualmente e la forma può trasformarsi senza mai fissarsi definitivamente.


