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UN GIORNO DA TESTIMONE

| di MonnaLisa Salvati |

Sono entrata nel mondo di Zehra Doğan in punta di piedi, con il rispetto e la delicatezza che ho ritenuto doveroso e necessario quando a parlare è il dolore per una sempre ingiusta guerra, per i soprusi taciuti e le ingiustizie perpetrate ai danni di uomini, donne e bambini.

Devi andare emotivamente preparato, con l’animo predisposto a lasciarti coinvolgere e anche travolgere da quello che le opere evocano.

GDI 6380 – foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

“Io, Testimone”, la mostra di Zehra Doğan a cura di Francesca Guerisoli, attualmente ospitata al MACTE di Termoli, non può lasciare indifferente. Nemmeno l’occhio distratto di un visitatore occasionale può non cogliere l’urlo di protesta dell’Artista, testimone, appunto, della sofferenza causata dalla guerra.

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GDI 6527 – foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

Viva testimone, aggiungerei, visto che, in qualità di inviata ha prima raccontato e poi pagato con la prigionia, lo scempio della guerra. Accusata e condannata per un’opera che documentava la distruzione della città turca, Nusaybin, Doğan ha scontato nel carcere di Tarso quasi 3 anni di prigionia. Privata di qualsiasi materiale per dipingere, ha escogitato l’utilizzo del retro delle lettere inviate da un’amica per realizzare quello che è confluito nel graphic novel che, presentato sotto forma di installazione, apre la mostra. La carrellata di immagini è la narrazione dei soprusi subiti dalle donne curde all’interno delle celle, ma anche della solidarietà e della resistenza messe in atto dalle stesse. Tutto questo materiale, uscito clandestinamente dal carcere, ha finito per essere testimonianza e denuncia della condizione carceraria. Gli occhi del visitatore scorrono da un’immagine all’altra che come un film racconta in maniera frenetica la condizione di queste donne, talvolta indugiando su espressioni di dolore e su scene di violenza, ma anche su atti di ribellione e manifestazioni di solidarietà femminile.

GDI 6384 – foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

Nella stessa stanza è esposto un tappeto rovinato dalle bruciature, segno di qualcosa strappato alla distruzione. L’artista, infatti, nel corso del suo lavoro di inviata raccoglie numerosi oggetti dalle case depredate sottraendole ad una sicura distruzione e restituendo loro il valore simbolico di testimonianza.

Una stanza è dedicata all’opera “My mother’s missing woman”, quattro bambole realizzate in collaborazione con la madre e la sorella. Un dialogo silenzioso che la madre fa con la figlia lontana nella speranza e nell’attesa della sua scarcerazione, una sorta di esorcizzazione della morte.

GDI 6438 – foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

Su di un candido tessuto bianco s’intrecciano capelli e sangue mestruale dando vita a 3 opere di media dimensione che raccontano di vicende crudeli e dolorose quali possano essere un arresto o un assassinio; forte contrasto è originato da immagini di bambine alla ricerca del giardino incantato, evidente segno di speranza nel futuro. Si tratta del ciclo “Caught between borders” in cui ancora centrale è la figura femminile.

GDI 6443 – foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO
GDI 6501 – foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

La concretizzazione della solidarietà e della cooperazione femminile diventa tangibile, durante la detenzione, nella realizzazione del quotidiano, rigorosamente realizzato a mano su fogli di carta da Doğan e dalle sue compagne di cella, in seguito alla chiusura del quotidiano turco. In questo sono narrate le dure condizioni subite in carcere. Anche qui l’urlo della protesta è potente.

Due sezioni distinte vengono riservate una ad un video realizzato nel 2016 in cui Doğan denuncia la cecità della società che finge di non vedere le numerose guerre in atto nel mondo e l’altra alla proiezione di 80 fotografie che a loop sparano immagini che raccontano la resistenza di un popolo sotto assedio che prova a proteggere una quotidianità nonostante l’imperversare della guerra, della distruzione, della violenza e della morte. A raccontare qui è l’obiettivo della macchina fotografica di Zehra-giornalista che documenta con dovizia gli scempi.

GDI 6521 – foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

C’è anche la presentazione di un’inedita graphic novel, “Nusaybin and Cizre”, esposta per la prima volta al pubblico, nata nel 2015 ed interrotta a causa della detenzione dell’artista.

La chiusura della mostra viene demandata ad un dipinto tessile, “Shahmeran”, dea-serpente, che diviene simbolo di speranza per la costruzione di una società più equa in cui l’auspicabile emancipazione femminile diventa possibile.

Ph.credit MonnaLisa Salvati

A conclusione di questo meraviglioso viaggio all’interno dell’universo artistico di Zehra Doğan  mi piace sperare che anche io oggi possa dare il mio apporto diventando testimone della realtà da lei denunciata sempre e comunque.