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RAMEKON O’ARWISTERS: SCHISM

Dopo il successo della personale HOUSE OF (2024–2025) al Craft Contemporary Museum di Los Angeles, la Patricia Sweetow Gallery presenta fino al 18 ottobre 2025 SCHISM, la prima mostra individuale di Ramekon O’Arwisters negli spazi della galleria a Downtown Los Angeles.

Il termine schism, per definizione, rimanda a frattura, divisione, dissonanza nei sistemi di credenze e di regole che strutturano relazioni, politica, religione e comunità. La scelta di questo titolo non evoca tanto un conflitto interiore dell’artista, quanto piuttosto la consapevolezza dei mutamenti caotici e delle oscillazioni che investono concetti di sicurezza e prevedibilità. Per la comunità afroamericana, il bersagliamento sistematico, l’eccesso e i linguaggi codificati non rappresentano certo una novità: il cuore di questa mostra si concentra infatti sulla necessità di attraversare, in quanto soggetto nero e queer, un paesaggio disseminato di insidie, trasformandolo in un terreno instabile di astrazione cifrata.

Bound in Black #5 | 2025 | textiles, mixed media on wood panels | 86 x 45 inches (221.88 cm x 116.1
cm) | RO 104

In esposizione figurano l’iconica scultura in pelle legata Black on Black, gli arazzi della serie Bound in Black e una selezione di autoritratti in bianco e nero. Attraverso questi lavori, O’Arwisters sonda la tensione tra abisso e bellezza: sacche di pelle tondeggianti, tessuti strappati, frammenti ceramici e fascette nere si compongono in totem culturali che evocano la couture drag, la memoria e l’immaginario della cultura nera, il quilting afroamericano e il linguaggio simbolico della religione.

Bound in Black #9 | 2025 | textiles, mixed media on wood panels | 86 x 82 inches (221.88 cm x
211.56 cm) | RO 109

Gli arazzi di Bound in Black articolano una narrazione al contempo personale e storica, radicata nella drammatica epopea della Underground Railroad. La fuga dalla schiavitù implicava l’uso di un sistema rigorosamente codificato di segnali condivisi: indicazioni di rifugi sicuri, deviazioni, allerte di pericolo e avvisi di protezione. Attraverso il lessico ferroviario, gli agenti venivano istruiti dai conduttori ad accogliere “pacchi, Bound in Black”, celati in carri apparentemente ordinari, sotto assi e stracci. La rete del Freedom Train portò a termine questa impresa cruciale, contribuendo a salvare oltre centomila vite.

L’esperienza biografica di O’Arwisters si radica nell’infanzia trascorsa nel Sud segregazionista durante il Movimento per i Diritti Civili. In quel contesto ostile, il quilting praticato insieme alla nonna rappresentava un luogo di accoglienza, dove egli si sentiva “abbracciato, importante e speciale”. Questi ricordi hanno originato la serie Mending (2016), sculture ibride crochet/ceramica realizzate con semplici oggetti domestici, che segnano l’avvio della sua ricerca.

Con la serie Cheesecake (2019), l’artista ha trasformato la propria pratica: da frammento spezzato a scultura pienamente cosciente e determinata. La complessità semantica del termine “Cheesecake”, usato per oggettificare corpi sessualizzati e attraenti, non gli è sfuggita: O’Arwisters la assume e la sovverte, convertendo la connotazione denigratoria in dichiarazione identitaria. Nei lavori, tessuti ricamati e ornati si intrecciano con ceramiche donate da studenti e docenti della California State University di Long Beach, dando vita a ibridi scultorei in cui pericolo e seduzione coesistono in un audace percorso di autoaffermazione.

BLACK on BLACK #3 | 2025 | leather, zip ties, assorted metalic objects, ceramic | 40 x 14 x 18
inches | RO 108

Bitten (2022) prosegue ed espande le riflessioni di Cheesecake e Flowered Thorns (2020–21). In quest’ultima serie, frammenti ceramici acuminati si caricano di rimandi biblici ad Adamo ed Eva, simbolo del peccato originale come piacere sessuale. Bitten amplifica questo linguaggio, intrecciando elementi morbidi e taglienti con strumenti di punizione e minaccia — fascette nere, corde, morsetti — in un serrato dialogo tra attrazione e pericolo. O’Arwisters ricontestualizza così la dimensione del rischio come intreccio erotico di fantasia e gioco, collocando la scultura su un nuovo piano metaforico.

Nato a Kernersville, North Carolina, O’Arwisters ha conseguito un Master of Divinity presso la Duke University Divinity School nel 1986. Ha preso parte a numerosi programmi di residenza, tra cui il McLaughlin Foundation Award (2021) per The Project Space all’Headlands Center for the Arts, il programma Artist-in-Residence del de Young Museum, il Djerassi Resident Artists Program, il Recology San Francisco Artist in Residence Program e il Vermont Studio Center.

Ha ricevuto importanti borse e riconoscimenti, tra cui la Pollock-Krasner Foundation Grant (2020/21), Artadia: The Fund for Art and Dialogue (New York), la San Francisco Foundation, il programma Cultural Equity Initiatives della San Francisco Arts Commission, il Black Artists Fund di Sacramento e l’Eureka Fellowship assegnata dalla Fleishhacker Foundation di San Francisco.

Bound in Black #10 | 2025 | textiles, mixed media on wood panels | 64 x 45 inches (165.12 cm x
116.1 cm) | RO 110

Tra le sue mostre museali recenti si segnalano House of (Craft Contemporary Museum, Los Angeles, 2025); Crafting Radicality: Bay Area Artists from the Svane Collection (De Young Museum of Art, 2023); FIGHT AND FLIGHT: CRAFTING A BAY AREA LIFE (San Francisco Museum of Craft and Design); Making in Between: Gender Identities in Clay (MIB:GIC) (American Museum of Ceramic Art, AMOCA); Queer Threads (San Jose Museum of Quilts & Textiles); e la personale Freeform and Razor Sharp (Museum of the African Diaspora). Tra i progetti imminenti figurano Unbound, Art Blackness and the Universe, a cura di Key Jo Lee, al MoAD; e EnMasse, Accumulation & Abundance in Contemporary Sculpture, al Fuller Craft Museum nel 2026, a cura di Beth McLaughlin.

La sua pratica ha ricevuto ampia attenzione dalla critica, con articoli e approfondimenti su Hyperallergic (2025), Artillery Magazine (“Artist Takeover”, 2025), Essence Magazine (2025), oltre alla video-produzione In the Studio dei Fine Arts Museums of San Francisco.