DONNE CHE TIRANO I FILI DEL DISCORSO SOCIALE: IL PROGETTO TESSILE DELLA CAMP GALLERY
La Contemporary Art Modern Project Gallery (CAMP), fondata e diretta da Melanie Prapopoulos, si distingue per un approccio curatoriale interdisciplinare che unisce consulenza artistica e attenzione alla ricerca contemporanea, con un focus su artisti emergenti e mid-career attivi in ambiti diversi, dall’installazione alla pittura, dalla fotografia alla scultura, fino al tessile e alla videoarte. La galleria opera come spazio in cui creatività e realtà coesistono, facendo dell’arte uno strumento di riflessione personale e collettiva.

In questo contesto si colloca il progetto Women Pulling at the Threads of Social Discourse (WPATTOSD), nato con l’intento di restituire centralità alla pratica tessile come linguaggio artistico capace di tradurre e mettere in discussione l’esperienza femminile nella società. Storicamente relegato alla sfera del “femminile”, il tessile viene qui ripensato come dispositivo estetico e politico, capace di valorizzare prospettive escluse dalle narrazioni dominanti e di trasformarle in strumenti di dialogo e di costruzione comunitaria. Ciò che era nato nel 2019 come evento celebrativo si è rapidamente evoluto in una piattaforma annuale di confronto intergenerazionale e interculturale, dando vita a una comunità che si costruisce attraverso la partecipazione collettiva di artiste, curatrici e pubblico.

L’edizione inaugurale, presentata a Miami in collaborazione con l’artista tessile Aurora Molina, ha segnato l’inizio di una traiettoria che, negli anni successivi, si è intrecciata con momenti storici cruciali: dal centenario del suffragio femminile negli Stati Uniti, che ha ispirato la creazione di monumentali bandiere collettive, alla morte di Ruth Bader Ginsburg alla vigilia della mostra del 2020; dalla crisi pandemica globale che ha portato alla realizzazione di una monumentale trapunta nel 2021, al ribaltamento della sentenza Roe v. Wade, avvenuto il giorno prima dell’apertura del MoCA Ct con la Flag Show. L’opera collettiva ha trovato nuove forme attraverso riferimenti letterari e teatrali, come Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, reinterpretata nell’installazione immersiva A Room of Our Own, o Casa di bambola di Henrik Ibsen, che ha ispirato This is Not a Doll’s House, in risonanza con le riflessioni contemporanee sulla riduzione e l’oggettificazione del corpo femminile. La mostra si è anche ampliata geograficamente, viaggiando fino al Museum of Contemporary Art in Connecticut e al Jewish Museum of Milwaukee, estendendo il suo linguaggio visivo e dialogico ben oltre Miami.

Con la sesta edizione, inaugurata nell’ottobre 2024, il progetto ha raggiunto la sua dimensione più ampia, coinvolgendo settantasette artiste chiamate a confrontarsi con riferimenti che spaziano dalla Lisistrata di Aristofane fino alla sua rivisitazione contemporanea in Chi-Raq di Spike Lee. La natura democratica di WPATTOSD, fondata sulla produzione site-specific di opere tessili pensate per la mostra, ha permesso di costruire una rete di relazioni professionali e artistiche che ha superato i modelli espositivi tradizionali, coinvolgendo finora 295 artiste e producendo oltre 450 opere.
Ogni edizione si è contraddistinta per la capacità di tradurre il tessile in dispositivo critico: dalle prime riflessioni di taglio marxista sulla società come struttura alienante, alla scelta di esporre bandiere come metafora di solidarietà e resistenza, fino al recupero delle pratiche storicamente associate al femminile come il cucito, la maglia, il patchwork e il ricamo, rilette in chiave sovversiva. La coralità di quilt e installazioni ha funzionato come microcosmo politico, ribadendo la centralità della dimensione collettiva e comunitaria nell’elaborazione artistica contemporanea.


Il progetto ha dimostrato come l’arte tessile, lungi dall’essere relegata a un registro secondario, sia capace di articolare discorsi complessi sulla società e sul ruolo della donna, mettendo in tensione pratiche estetiche, impegno civico e identità di genere. Attraverso la collaborazione con istituzioni come il MoCA Connecticut e il Jewish Museum of Milwaukee, e grazie a un dialogo costante con la comunità locale e internazionale, Women Pulling at the Threads of Social Discourse si afferma come una delle piattaforme più significative nel panorama attuale, in grado di intrecciare ricerca artistica, riflessione politica e costruzione di nuovi immaginari condivisi.

Dal 17 ottobre al 20 dicembre 2025, prende forma alla Camp Gallery di North Miami, la settima edizione di Women Pulling at the Threads of Social Discourse, quest’anno intitolata Don’t Be Absurd. Il progetto, promosso da The Contemporary Art Modern Project, affonda le proprie radici in una riflessione che parte dalla filosofia di Søren Aabye Kierkegaard, il quale oltre un secolo fa apriva la strada all’esistenzialismo sollecitando la società a superare l’orizzonte delle preoccupazioni individuali. È però nel secondo dopoguerra che l’Assurdo si impone come categoria critica, nel tentativo di dare voce al senso di smarrimento generato da un mondo segnato dall’indifferenza verso l’umanità e dal dolore diffuso. A partire da questa matrice, la mostra mette in dialogo il pensiero di autori come Albert Camus, Franz Kafka, Simone de Beauvoir, Samuel Beckett e José Saramago con la pratica delle fiber artists, invitate a tradurre i testi in opere tessili circolari, capaci di restituire, attraverso la materia, le tensioni di un immaginario sospeso tra riflessione esistenziale e linguaggio visivo.

L’inaugurazione è fissata per il 17 ottobre alle ore 19:00 con un’anteprima dedicata ad artisti e collezionisti, mentre il giorno successivo la galleria accoglierà Art Table per una visita privata che segnerà l’inizio di un ciclo di conversazioni aperte al pubblico. Il primo incontro vedrà protagonista Nuria Richards, fondatrice di Clandestina Feria e Direttrice dello Sviluppo e Consulente di Strategia presso Oolite Arts, Miami, in dialogo con l’artista tessile Aurora Molina, membro fondatore di FAMA, e altre ospiti, per approfondire il ruolo della fiber art contemporanea e la centralità della pratica femminile all’interno di questo panorama. Durante il periodo espositivo, la rassegna sarà arricchita da talk, workshop e momenti di confronto tra artiste e curatrici, con l’intento di stimolare uno scambio critico e creativo attorno a una disciplina che negli ultimi anni ha assunto un peso crescente nella ricerca artistica contemporanea.

La mostra raccoglie i lavori di una vasta comunità di artiste e artisti tra cui Adriana Carvalho, Aida Tejada, Ainaz Alipour, Alexa Mac Crady, Alice Raymond, Alison Stein, Allison Green, Amy Llanes, Amy Putman, Ana Garces Kiley, Andrea Jablonski, Andrea Venero Carrasco, Valeria Salinas, Angela Franklin, Anji Woodley, Anne-Isabel Wenhammer, Annie Lindberg, Atelier Lustig, Badru Temitayo, Barbara Ringer, Beth Toledo, Brenda Kuong, Brittany Kiertzner, Camille Eskell, Camille Nozay, Carlos Gamez de Francisco, Dana Donaty, Daniela Reis, David Zalben, Debora Rosental, Deborah Simon, Eden Quispe, Eileen Braun, Eileen Hoffman, Elham Shafael, Emily Peters, Eva Petrič, Evania Sempeles, Ewa Dąbkowska, Fernanda Froes, Frances Melhop, Francisca Rodillo, Fruma Markowitz, Georgia Frambis, Gin Stone, Giulia Sanambrogio, Han Cao, Hannah Banciella, Holis Hickerson, Hou Guan Ting, Jacqueline Myers-Cho, Jamie Zimchek, Janet M Muller, Jeanne Ciravolo, Joan Wheeler, Joanne Steinhardt, Jody Mac Donald, Judy Polstra, Karen Perry, Katia Bandeira de Mello-Gerlach, Katika, Kimberly Bentley, Laetitia Adam Rabel, Laura Marsh, Linda Fernandez, Lindsay Overbey, Lisa Rockford, Lottie Emma, Lydia Viscardi, Mabelin Castellanos, Macarena Zilveti, Madeline Thoman, Madison Hendry, Margaret Roleke, Maria Claudia Brigido, Marine Fonteyne, Maris Van Black, Marsha Borden, Meghan Udell, Melissa Campbell, Melissa Zexter, Michela Martello, Mila Hajjar, Miriam Rae Silver, Molly Gambardella, Monica Czukerberg, Mychaelyn Michalec, Nabila Valera, Nan Robarge, Nancy Tobin, Natale Cree Adgnot, Natalia Schonowski, Nicole Durham, Nina K Ekman, Ola Rondiak, Orsolya Illes, Paula Jacobo Alonso Leon, Rafael Montilla, Rebecca White, Remijin Camping, Renata Daina, Rosa Hernandez, Ruth Hamill, Sarah Laing, Sascha Mallon, Shamilla Aasha, Sherry Davis, Silvana Soriano, Simona Fantaisie, Sonja Czekalski, Sophie Papiau, Stefano Ogliari Badessi, Svetlana Astafuova, Toni Thomas, Micheal Sylvan Robinson, Uta Kreher, Vanda Berecz e Yochi Yakir-Avin. Tra le opere in evidenza, Fate (2025) di Eden Quispe, cucita e dipinta su tessuti trovati con un diametro di 46 cm, e Eye of Reincarnation (2025) di Hou Guan Ting, realizzata in cotone, lino, fili da ricamo, perline, pigmento e inchiostro, con un diametro di 41 cm.
La CAMP Gallery, situata al 791-793 NE 125 St. a Miami, sarà visitabile dal martedì al sabato dalle 11:00 alle 17:00, mentre visite private potranno essere concordate scrivendo a hello@thecampgallery.com o chiamando il numero 786-953-8807. Per ulteriori informazioni è possibile contattare Amy Arechavaleta, responsabile delle pubbliche relazioni, all’indirizzo amy@thecampgallery.com.


