TRAME VISIBILI ED INVISIBILI NELL’ARTE DI CLAUDIA CASARINO
| di Barbara Pavan |
Claudia Casarino nasce in Paraguay nel 1974. Si forma nelle arti visive presso la Universidad Nacional de Asunción, proseguendo successivamente il proprio percorso di formazione e ricerca tra New York e Londra. Al centro della sua pratica artistica si collocano la coscienza del corpo, le dinamiche discriminatorie legate al genere e una più ampia riflessione sulla condizione del femminile, spesso compressa tra forme di violenza sistemica e la pressione di stereotipi culturali profondamente radicati.

Considerata tra le più rilevanti artiste sudamericane della sua generazione, a partire dal 1998 Casarino espone con continuità in contesti espositivi internazionali di primo piano, tra cui la Bienal do Mercosul, la Biennale dell’Avana, la Biennale di Tijuana, la Busan Biennale, la Bienal de Cuenca, la Bienal de Curitiba, la Biennale di Algeria e la Biennale di Venezia, oltre alla Trienal de Chile e alla Trienal Poligráfica de San Juan. Tra i progetti espositivi di particolare rilievo si segnala la mostra personale realizzata presso il Centro Atlántico de Arte Moderno di Las Palmas de Gran Canaria, curata da Gabriela Salgado. Nel 2002 l’artista è inoltre invitata da Cristiana Colli a partecipare a una mostra collettiva presso il MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro, allora diretto dalla stessa Colli: un’occasione che segna anche il suo primo viaggio oltre oceano. Nel corso della sua carriera ha inoltre preso parte a mostre organizzate da gallerie, istituzioni, musei e centri culturali in numerose città, tra cui Asunción, Santiago, San Paolo, Buenos Aires, Bogotá, Madrid, Barcellona, Milano, Amman e Londra.

L’avvicinamento di Casarino alla pratica artistica non è il risultato di una scelta improvvisa, ma l’esito di un processo graduale e organico di formazione e consapevolezza. Nel 1996 entra nella scuola d’arte di recente istituzione in Paraguay, integrata nel sistema accademico della Universidad Nacional de Asunción, inizialmente con un interesse rivolto prevalentemente alla storia dell’arte. Nel tempo, tale orientamento si trasforma progressivamente in una pratica artistica autonoma, configurandosi come uno spazio di ricerca capace di interrogare criticamente le relazioni tra corpo, memoria e strutture sociali.

All’interno della sua produzione, le diverse tipologie di abiti femminili assumono con frequenza il ruolo di moduli compositivi ricorrenti. Per l’artista, impegnata nell’indagare le molteplici questioni che attraversano i corpi e le storie delle donne, l’abbigliamento costituisce un dispositivo espressivo di particolare densità simbolica. I corpi femminili hanno storicamente sostenuto il peso di ideologie, norme sociali e costruzioni politiche; la storia stessa dell’abito femminile testimonia con evidenza questo intreccio tra identità, controllo e rappresentazione. In tale prospettiva, gli abiti – pur occultando il corpo – finiscono paradossalmente per rivelare molto più di quanto nascondano, trasformandosi in superfici sensibili sulle quali si inscrivono tensioni culturali, sociali e politiche.


Anche la ricorrente scelta del tulle risponde a una duplice esigenza, al tempo stesso tecnica e concettuale. Questo tessuto, frequentemente impiegato negli abiti femminili associati ai riti di passaggio in Paraguay e in numerosi paesi occidentali di tradizione cattolica, diviene nella pratica dell’artista un materiale carico di valenze simboliche. La sua trasparenza consente infatti di evocare la dimensione dell’invisibilità che spesso accompagna le questioni affrontate nel suo lavoro. Le istanze femministe attraversano in modo costante la sua ricerca e trovano espressione in numerosi progetti. Più che concentrarsi in un’opera specifica, tali tematiche riemergono ciclicamente, alimentate dalla memoria familiare, dall’esperienza personale e dagli eventi dell’attualità.

Nel corso degli anni, anche questioni quali l’ambiente, il terricidio e la pandemia sono entrate progressivamente a far parte della sua riflessione artistica. L’artista affronta tali tematiche riconducendole a una prospettiva femminista più ampia, capace di interrogare criticamente le relazioni tra corpi, territori e sistemi di potere.
Le radici paraguaiane esercitano un’influenza profonda sul suo percorso e sul suo immaginario visivo. Nella sua ricerca confluiscono il peso storico del colonialismo e delle sue conseguenze, le strutture patriarcali e le dinamiche di potere che attraversano la società, così come le molteplici forme della violenza. Accanto a queste dimensioni emergono anche elementi fondamentali della cultura locale, quali la lingua guaraní e il suo peculiare modo di interpretare il mondo, le tradizioni tessili e il paesaggio del territorio.

Una dimensione autobiografica attraversa una parte significativa della sua produzione. Molte opere, infatti, non raccontano soltanto la sua esperienza individuale, ma anche quella di sua madre, di sua nonna, della sua bisnonna e di numerose altre donne della sua famiglia, in particolare lungo la linea materna. Come l’artista stessa sottolinea, tuttavia, queste storie non appartengono esclusivamente alla sua genealogia, ma risuonano come narrazioni condivise da molte donne del Sud globale.



Nel riflettere sul ruolo dell’arte e degli artisti nella società contemporanea – soprattutto alla luce degli eventi degli ultimi anni – Casarino riconduce la propria pratica alla volontà di portare alla luce gli angoli più oscuri e rimossi della quotidianità. Pur consapevole della posizione di relativo privilegio che oggi occupa, l’artista avverte di portare con sé la storia delle generazioni di donne che l’hanno preceduta nella propria famiglia e che non hanno avuto accesso alle medesime opportunità di istruzione e di benessere. A loro sente di essere, in qualche misura, debitrice. Ciò che per lungo tempo è rimasto indicibile, ciò che è stato imposto al silenzio o cancellato dalla narrazione pubblica riemerge nel suo lavoro sotto forma di abiti sospesi: presenze fragili e al tempo stesso eloquenti, capaci di restituire visibilità e voce a memorie rimaste troppo a lungo invisibili.




