TRA AGO E OBIETTIVO: L’ARTE DI MELISSA ZEXTER
| di Barbara Pavan |
Melissa Zexter ricama a mano fotografie scattate da lei stessa. Il suo lavoro unisce un mezzo moderno e meccanicamente riproducibile come la fotografia a una pratica artigianale tradizionale. La sua ricerca esplora la dimensione tridimensionale dell’immagine fotografica, indagando temi quali la memoria e l’identità. Attraverso il ricamo, Zexter trasforma ogni fotografia in un oggetto unico e irriproducibile, in contrasto con la proliferazione incessante di immagini che caratterizza l’epoca contemporanea.

Thread, silver gelatin print
20×24”
Nata nel Rhode Island, Zexter vive a Brooklyn, New York. Ha conseguito un BFA in Fotografia presso la Rhode Island School of Design e un MFA alla New York University.
Ha esposto a livello internazionale in gallerie private e istituzioni, tra cui Gagné Contemporary (Toronto), The Camp Gallery (Miami), Muriel Guépin Gallery (New York), la Triennale Milano, il Fuller Craft Museum, Robert Mann Gallery e il Bronx Museum of the Arts. Il suo lavoro è stato pubblicato e recensito su numerose testate, tra cui Needlexchange Podcast, Afterimage, ELEPHANT, Juxtapoz, The New York Times, The Boston Herald, The New Yorker, Art New England, BUST e New York Magazine.

Thread, yarn, silver gelatin print
20” x24”

Thread, silver gelatin print, ink
20” x 24”
Fotografia e ricamo: come unisci due tecniche così diverse nella tua pratica artistica?
La fotografia è sempre stata una parte centrale della mia vita, fin da quando ho memoria. Avevo otto anni quando ho ricevuto la mia prima macchina fotografica. Crescendo, ero sempre io a custodire gli album di famiglia; ricordo molto bene le proiezioni di diapositive e portavo sempre con me una macchina fotografica per ritrarre amici e parenti.

Thread, oil, silver gelatin print
20×24”
Al college ho studiato fotografia alla Rhode Island School of Design e ho poi conseguito un master in fotografia alla New York University/International Center of Photography. Non ho mai smesso di scattare e di mettermi alla prova, inventando nuovi modi di presentare le immagini.
Spesso scatto fotografie senza avere un piano preciso su come le trasformerò con il ricamo. Il mio primo obiettivo è creare un’immagine forte, che possa esistere anche senza il filo. Una volta stampate le foto, immagino un disegno o un motivo che possa dialogare con l’immagine. Il pattern inizialmente pensato cresce e cambia mentre lavoro, e spesso il processo richiede molto più tempo del previsto.

Thread, oil, silver gelatin print
20”x24”

Thread, silver gelatin print
20”x24”
Nel tempo, i miei soggetti sono passati da figure anonime a paesaggi e poi a ritratti. Anche il mio ricamo si è evoluto: dalle riproduzioni astratte di souvenir personali – come la mappa degli autobus del mio quartiere a Brooklyn – a motivi floreali di un vestito che indossavo da bambina, fino alla pianta del centro di una città russa dove viveva mio nonno.
Mi piace anche cucire dal retro della fotografia: il risultato è più materico, meno controllato, ed è proprio questo che mi interessa. Negli ultimi anni ho combinato il lavoro sul fronte e sul retro simultaneamente. Cucire dal retro conferisce un effetto ancora più tridimensionale. Il filo ha una vita propria.

Thread, silver gelatin print
11” x 14”
Come è entrato il filo nella tua arte?
Unisco fotografia e filo da oltre vent’anni.
Nel momento in cui ho iniziato ad ampliare le possibilità del mezzo fotografico, ho sperimentato diverse tecniche miste. Durante una residenza artistica nello stato di New York, nel 1999, ho iniziato a produrre carta artigianale e a cucire direttamente su di essa narrazioni figurative. È stato un passaggio naturale arrivare a ricamare sulle fotografie, soprattutto su quelle che ritraevano figure.
Ho sempre amato le tecniche manuali, accanto all’immediatezza della fotografia. Nei primi lavori, il cucito a mano mi permetteva di “disegnare” con ago e filo, creare linee curve e instaurare un’intimità tra l’oggetto, lo spettatore e me stessa.

Thread, oil, silver gelatin print
20×24”

Thread, silver gelatin print
20×24”
Osservando le tue opere, ho notato che il femminile – in tutte le sue forme – è un tema ricorrente. È corretto?
Molti dei miei lavori ricamati hanno come soggetti donne e ragazze. Nella mia vita ci sono molte donne, ed è naturale che scelga di fotografarle. Mi riconosco maggiormente nelle esperienze e nella sensibilità femminile.
Fotografo però anche paesaggi, vedute urbane e dettagli della quotidianità. Invito inoltre persone a posare per me quando sento che il loro volto o il loro atteggiamento possano entrare in dialogo significativo con il mio intervento di ricamo.

Thread, archival pigment prints
20×24”
A volte scatto senza un progetto preciso: voglio prima ottenere una fotografia solida, che funzioni anche senza filo. Solo dopo immagino un motivo che possa integrarsi con l’immagine. Il disegno cambia sempre mentre lavoro. La vera sfida è procedere verso l’ignoto.
Come nascono le tue opere? Il ricamo è ispirato al contenuto o segue le linee formali della fotografia? Ha un valore concettuale o è soprattutto una scelta tecnica per aumentare la tridimensionalità?
Una volta soddisfatta della fotografia, inizio a personalizzarla con il ricamo. Il filo diventa uno strumento di connessione fisica con l’immagine, dà vita al soggetto e mi offre la possibilità di intervenire sul tempo.
Le mie scelte – dal motivo al colore del filo – sono reazioni istintive all’immagine. Nella serie “Maps and Memories”, ad esempio, molti motivi sono riproduzioni astratte di souvenir personali come mappe o cartamodelli.

Thread, oil, silver gelatin print
20” x 24”

Thread, oil silver gelatin print
20” x 24”
Studio a lungo la fotografia e immagino un colore che rispecchi l’atmosfera del soggetto. A volte un colore evoca un ricordo, una persona, oppure riflette il mio stato d’animo. Nei lavori più recenti utilizzo punti più sciolti e astratti, che accentuano il dialogo tra i due linguaggi.
Negli ultimi tempi sono sempre più interessata alla tridimensionalità. Stratificare il filo o utilizzare una cucitura più libera aggiunge complessità all’immagine. Ho sempre avuto uno sguardo attento al dettaglio: il ricamo è stato un passo naturale nel mio percorso.

Thread, silver gelatin print
20” x 24”
Come si è evoluta la tua ricerca nel tempo?
All’inizio creavo immagini di figure la cui identità non era riconoscibile: le fotografavo volutamente fuori fuoco o velate, talvolta intervenendo con pittura e motivi dettagliati, poi ricamati.
In seguito ho eliminato la pittura e mi sono concentrata esclusivamente sul filo per costruire colore e texture, sovrapponendo tonalità e tecniche diverse. Ho anche sperimentato rimuovendo parti dell’emulsione fotografica e ricamando sulla superficie alterata.
Oggi i miei ritratti sono più diretti: nulla è più velato. L’identità del soggetto è pienamente rivelata.

Thread, encaustic, archival pigment print
17” x 22”
Nella tua pratica è presente anche l’idea di memoria?
Sì, profondamente. I materiali e alcune immagini rimandano al passato, al presente e al futuro. Mi interessa molto il rapporto tra fotografia e memoria. Il ricamo aggiunge una dimensione tattile e intima alla fotografia.
Mi affascina la combinazione tra cuore, mente, macchina e mano: la macchina fotografica registra l’immagine e la rende permanente, ma è la mano, con il filo, a trasformarla. Il ricamo riporta nel presente una fotografia scattata nel passato.
Inoltre, mi interessa rallentare un processo normalmente rapido – scatto e stampa – trasformandolo in un gesto lungo e meditativo. Il cucito modifica il tempo e mi consente di reagire a un momento, di rielaborare e modulare la memoria.
Fotografia e ricamo condividono, seppur in modi diversi, un legame con la memoria: la prima consegna il presente al futuro, il secondo richiama pratiche del passato.

Thread, encaustic, archival pigment print
17” x 22”
Chi ti ha ispirato maggiormente?
Amo la fotografia analogica e molti fotografi scoperti durante la mia formazione restano tra i miei preferiti.
Le mie fonti d’ispirazione sono molteplici: mappe, miniature indiane, l’oceano, sampler antichi, silhouette americane dell’Ottocento, fotografie di famiglia, puzzle, tessuti vintage, design Art Déco, e artisti come Diane Arbus, E.J. Bellocq, Brassaï, Lisette Model, Florine Stettheimer, Man Ray e molti altri.
Sono cresciuta in una casa storica nel Rhode Island, costruita nel 1698. I miei genitori erano antiquari e la casa fungeva anche da deposito per dipinti, mobili, ricami e tappeti. Credo che questo ambiente abbia influenzato indirettamente la mia sensibilità per il fatto a mano, per la storia e per la bellezza.
Qual è l’opera o la serie che senti più rappresentativa?
Sono molto legata alla mia prima serie di ritratti ricamati, “Maps and Memories”, perché segna il momento in cui ho scoperto materiali che ho amato profondamente. Non avevo mai cucito molto prima: sperimentare con il filo è stato entusiasmante, così come creare una sorta di “braille” tattile sulla superficie dell’immagine.
Non credo di avere un capolavoro assoluto. Utilizzo questa tecnica da oltre vent’anni e ogni fotografia è legata a un periodo diverso della mia vita. I ritratti di amici, familiari o sconosciuti mi riportano a momenti precisi del mio percorso.
Uno dei miei lavori preferiti è la fotografia di una donna con un cardinale: mi ricorda mio padre. L’ho venduta e me ne sono pentita; ne ho realizzata un’altra con un uccello azzurro, ma non aveva per me lo stesso significato.
Che significato ha oggi “fare arte” e quale ruolo ha l’artista nella società contemporanea secondo te?
Per me fare arte è un modo per tracciare la mappa della mia esistenza e attraversare le giornate. Amo il processo meditativo del cucire. L’arte è uno spazio di scoperta dell’ignoto.
Il mio lavoro ha innanzitutto significato per me stessa: mi aiuta a riconsiderare situazioni personali e il mio rapporto con l’oggetto fotografico. Forse ha un significato anche per gli altri, ma quando creo non è questo che mi preoccupa.


