MATERIA, CORPO E RELAZIONALITÀ: LA PRATICA TRANSDISCIPLINARE DI DAVIDE VIGGIANO TRA ECOLOGIA E PENSIERO POSTUMANO
| di Barbara Pavan |
Davide Viggiano (Potenza, 1994) è un artista multidisciplinare la cui formazione, articolata tra Design Tessile e Arti Visive, è stata fin dall’inizio un terreno di intersezione tra saperi eterogenei. La sua pratica artistica si distingue per un’attenzione costante alla sperimentazione di materiali ecosostenibili di origine organica, indagati attraverso processi DIY e metodologie innovative orientate alla manipolazione e alla formulazione di nuovi composti materici. Accanto alla produzione artistica, ha sviluppato una significativa attività nell’ambito del design e della didattica, collaborando, tra gli altri, con Westwing e svolgendo incarichi di docenza presso istituzioni quali NABA Nuova Accademia di Belle Arti, Accademia di Belle Arti di Roma, Accademia di Belle Arti di Napoli e Accademia del Lusso.

La ricerca di Viggiano si caratterizza per la cifra transdisciplinare che intreccia biotecnologie, ecologia, filosofia, antropologia e sociologia, con un esplicito riferimento al pensiero postumano. Il suo lavoro si orienta verso un’indagine sulla vitalità della materia e sulle reti di interconnessione che legano organismi viventi – umani e non umani – immaginando scenari che eccedono una prospettiva antropocentrica. La materia, in questo quadro, non è mai elemento passivo, ma agente attivo di relazione e trasformazione. Fin dalle prime fasi della sua formazione, Viggiano ha attribuito alla dimensione materiale una funzione eminentemente sensoriale e relazionale. La materia viene infatti concepita come superficie viva, capace di attivare una dimensione tattile assimilabile a quella dell’epidermide.
Il corpo – nodo centrale della sua ricerca – è inteso come luogo originario di esperienza, in cui la pelle diviene soglia psico-fisica: un confine di mediazione tra interiorità e mondo esterno. A partire da tale dinamica, sviluppa una riflessione sul significato dell’“abitare un corpo”, inteso non come dato puramente biologico, ma come entità complessa, relazionale e simbolica, suscettibile di espansione, ibridazione tecnologica e ridefinizione continua. Questa concezione si traduce, sul piano formale, in opere in cui la materia assume frequentemente una qualità epidermica, membrana organica e dispositivo di memoria. Le superfici diventano archivi sensibili e al tempo stesso strumenti comunicativi, capaci di stabilire un rapporto attivo con l’osservatore. La relazione tra opera e fruitore si struttura così secondo una logica di connessione che richiama, in termini metaforici, il gesto del cucire o del tessere: un processo che unisce, ricuce e mette in relazione elementi distinti.
Il suo lavoro è orientato verso tematiche che attraversano l’esperienza umana nella sua dimensione universale, interrogando simultaneamente le trasformazioni sociali e le mutazioni delle forme di vita. Il concetto di relazione – esteso oltre la sfera intersoggettiva per includere l’intero ecosistema dei viventi – diviene così uno dei nuclei teorici centrali della sua pratica. Parallelamente, anche la nozione di “abitare” si amplia, includendo una pluralità di livelli: il corpo, l’abito, lo spazio domestico, l’ambiente e l’insieme delle pratiche che definiscono l’esperienza individuale. L’incontro con l’alterità diventa dunque un momento generativo, capace di aprire a nuove possibilità interpretative. (…)
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