PRATICHE TESSILI DELL’INCONTRO: JAIME POBLETE 2024–2025
| di Elena Redaelli |

Seguendo la traiettoria recente del lavoro di Jaime Poblete si nota come la sua pratica sia pronta ad aprirsi all’incontro: con i materiali e i processi, con altre persone e con paesaggi più ampi. Questa apertura, lungi dall’essere casuale, si radica nella storia culturale e artistica dell’autore. Formatosi in Scenografia e Storia dell’arte all’Universidad de Chile, ha lavorato come scenografo, imparando a considerare la luce, le relazioni spaziali e il pubblico. All’Atelier Artefacto, nello studio di Francisco Gonzalez, ha lavorato come assistente e insegnante, affinando una pratica in cui il fare manuale rimane visibile nella forma. Dal 2002 al 2007 il lavoro di restauratore al MAC di Santiago gli ha insegnato la pazienza necessaria di fronte ai cambiamenti della materia e l’attenzione verso la quieta memoria custodita dagli artefatti. Con la migrazione in Europa, prima a Valencia per proseguire gli studi e poi nel 2011 a Erba, vicino a Como, ha guadagnato una prospettiva transculturale su simboli e luoghi che informerà la sua pratica negli anni a venire.
Dal 2016 si è allontanato dall’uso formale della tela, passando dalla superficie pittorica a una ricerca che dà forma visibile alle relazioni tra luce, spazio e materia. La tela è diventata un tessuto pensante. Una piccola opera nera di quell’anno, un pentagono irregolare in legno, rivestito di tessuto nero grezzo e caratterizzato da un ribassamento circolare al centro, rimane uno snodo cruciale della sua ricerca.

«La tela non mi apparteneva più», ricorda Poblete. «A rispondere è stato il tessuto, non dipinto ma imbevuto, piegato e cucito. È stata la forma stessa a esigere il cambiamento». Le prime armature lignee, inizialmente “vestite”, sono state poi accantonate per permettere ai tessuti di cadere liberamente, con strutture essenziali modellate dalla gravità.

Da lì, una grammatica di pieghe, nodi e reinstallazioni ha mantenuto il lavoro permeabile al suo contesto. Inserita in un trullo in Puglia o in un carcere a Como, questa modalità comunicativa diventa una pratica dell’incontro, in cui l’opera si adatta alla pietra, all’aria, agli altri e resta deliberatamente non conclusa.


¿Qué hay en el fondo de tus ojos?, 2025. Dettaglio. Arazzo composto da 30 maschere tessili e 15 fotografie stampate su PVC, dimensioni variabili. Crediti: Fabio Mantegna – Jaime Poblete Studio. Foto: courtesy Jaime Poblete Studio
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