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ECOLOGIES OF MAKING. IL SAPERE DEL CORPO: ELENA REDAELLI ALL’ART SITE OF THE RAILWAY WAREHOUSE, HSINCHU

Ecologies of Making prende le mosse dalla premessa che conoscere un luogo significhi fare insieme a esso. L’arrivo dà avvio a un processo di scoperta in continua evoluzione, in gran parte impossibile da pianificare o prevedere. Tutto comincia dall’osservazione e dall’ascolto e si sviluppa attraverso le relazioni con le persone che abitano quel luogo, con la loro cultura e con le storie incorporate nei materiali e nelle infrastrutture locali. Per l’artista, conoscere è un’esperienza corporea, mediata dal tatto e da gesti familiari. La mostra ripercorre questo processo di scoperta attraverso i progetti sviluppati da Elena Redaelli a Taiwan dall’inizio del suo programma di residenza presso l’Art Site of the Railway Warehouse. Nel loro insieme, le opere rivelano una pratica plasmata dall’incontro con i materiali e dalle relazioni che si consolidano nel tempo.

Il gesto del fare è il momento in cui un corpo sensibile incontra la materia e da questo incontro nasce la curiosità. Dal tirare una corda al piegare ripetutamente un foglio di carta, ogni movimento affonda le proprie radici in una specifica storia materiale, pur appartenendo a un linguaggio corporeo più ampio. Attraverso il tatto e la ripetizione, i gesti si incorporano nel corpo e si trasmettono da una persona all’altra. Mentre le mani rispondono alla materia, la forma prende corpo insieme a un sapere condiviso. Questa conoscenza non può essere separata dall’atto del fare: risiede in un corpo che impara a rispondere. Il fare diventa così un linguaggio comune, che mette in relazione la pratica artistica con il lavoro quotidiano.

Another Landscape. Emerging Green, 2026. Elena Redaelli. Exhibition view.

Ogni opera prende forma all’interno di un ampio campo di relazioni, al quale partecipano anche i materiali, gli animali, le storie ereditate e le forze meno visibili dell’ambiente, estendendo la collaborazione oltre la dimensione dei soli partecipanti umani. Come scrive María Puig de la Bellacasa, «nulla può tenersi insieme senza relazioni di cura» (2017, p. 67). La cura consiste nel sostenere un processo, mantenendo al tempo stesso un’attenzione costante verso ciascuno degli elementi che vi prendono parte. Nel passare di mano in mano, i materiali diventano veicolo di una conoscenza che continua a circolare senza essere separata dalle vite e dalle circostanze da cui ha avuto origine. Le forme che ne derivano conservano i segni di questi incontri, aprendo l’autorialità individuale a un’esperienza condivisa.

Ogni materiale entra nella mostra portando con sé una storia da raccontare e un proprio comportamento, talvolta ostinato. Jane Bennett definisce questa forza «Thing-Power: la singolare capacità delle cose inanimate di animarsi, agire e produrre effetti, tanto eclatanti quanto impercettibili» (2010, p. 6). La materia non è dunque un supporto passivo: orienta diversamente il processo creativo e continua a trasformarsi anche oltre l’intervento dell’artista. Il cemento conserva un’immagine dettagliata del corpo. I gusci delle ostriche custodiscono gli odori e i ricordi delle comunità costiere, all’interno di ecosistemi in trasformazione. Gli striscioni in PVC dismessi e le reti di sicurezza provenienti dai cantieri autostradali di Taiwan recano le tracce dell’industria locale, mentre la carta, recuperata nel luogo stesso in cui viene prodotta, registra il contatto ripetuto delle mani e il progressivo deterioramento dovuto agli agenti atmosferici.

Questi materiali diventano archivi viventi dei luoghi, riuniti in una mostra che si sviluppa come un diario in continua evoluzione. I loro significati rimangono aperti e continuano a trasformarsi man mano che le opere vengono manipolate, ricollocate e percepite da persone diverse. La mostra mette in relazione queste tracce attraverso i gesti che le attivano, interrogandosi su come i materiali possano dialogare tra loro e su come il fare possa, a sua volta, creare relazioni tra le persone.

Cheng Long Oyster Village. Gallery sculpture, 2026. Elena Redaelli. Supplied artwork image.

La mostra riunisce cinque progetti sviluppati in diverse località di Taiwan nel corso del 2026. Ciascuno nasce da uno specifico paesaggio e da un processo di incontro con i suoi materiali, le sue comunità e le sue condizioni ambientali. Ricollocate nello spazio espositivo, le opere conservano le tracce dei contesti originari, entrando al tempo stesso in nuove relazioni reciproche.

Il primo progetto, Years of Paper, prende avvio da un grande rotolo di carta proveniente dall’area dell’ex cartiera di Yilan. Realizzata nell’ambito del 2026 Art Maker Festival: The Eco-Museum of Books, svoltosi tra luglio e settembre 2026 presso lo Zhongxing Cultural and Creative Park, nel comune di Wujie, nella contea di Yilan, l’opera si è sviluppata attraverso il gesto quotidiano di srotolare e ripiegare la carta. Durante il periodo di allestimento, il foglio è stato gradualmente disteso e ripiegato più volte, fino a far emergere delle pagine all’interno delle finestre vuote dell’edificio.

Questo gesto quotidiano è diventato il primo capitolo dell’opera. Man mano che veniva manipolata e trasformata, la carta accumulava le tracce del proprio processo di realizzazione: alcune rimanevano visibili, altre venivano nascoste all’interno delle pieghe. Nei due mesi successivi, le pagine sono rimaste esposte a ulteriori trasformazioni. Sottoposta alle variazioni atmosferiche, la carta ha continuato a registrare il trascorrere del tempo. L’opera si avvicina al libro non come contenitore di testi, ma come superficie materiale sulla quale il tempo viene scritto.

Presentate nuovamente in questa mostra, le pagine rivelano i segni lasciati dalla manipolazione quotidiana e dai cambiamenti ambientali. Custodiscono inoltre gli incontri e le relazioni che si sono sviluppati intorno all’opera. Tra superfici visibili e pieghe nascoste, compongono un libro del tempo, modellato dai gesti del fare e dalle condizioni atmosferiche di quel luogo.

Intertidal Carapaxia. Wetland’s Future Fossils. Gallery reinterpretation, 2026. Elena Redaelli.

Un diverso rapporto tra materia, comunità e ambiente emerge in Cheng Long Oyster Village – A Floating Shelter for Migratory Birds and Small Wetland Lives, realizzata per il 2026 Cheng Long Wetland Art Festival: Entering the Wetland, nel maggio 2026, presso la zona umida di Cheng Long, nel comune di Kouhu, contea di Yunlin, Taiwan.

L’opera ha preso forma come un’isola galleggiante di gusci d’ostrica, costruita attorno a sedie e tavoli di legno dismessi provenienti dalla scuola elementare locale. Emergendo dal terreno umido e dalle acque soggette al movimento delle maree, è diventata un luogo di sosta per gli uccelli migratori. Gli interstizi tra i gusci hanno inoltre offerto rifugio a forme di vita più piccole che abitano la zona umida.

Il progetto è maturato attraverso una relazione di lunga durata con il villaggio di Cheng Long. Le conversazioni con Pei-Chen Lin, abitante del villaggio e membro della Cheng Long Community Development Association, hanno contribuito a orientare l’attenzione dell’artista verso le storie locali e le ecologie materiali del territorio. I gusci e la polvere di ostrica custodiscono le storie del lavoro lungo la costa, diventando un punto di incontro all’interno della comunità. Persone di generazioni diverse hanno partecipato all’assemblaggio dell’opera, condividendo saperi locali attraverso il fare. Presentati nuovamente in questa mostra, gli elementi di arredo ricoperti di gusci d’ostrica conservano i segni di quella collaborazione e trasferiscono la presenza materiale della zona umida in un nuovo luogo.

Il rapporto tra gesti collettivi e paesaggio costiero è anche al centro di Saltwater Atlas, un’installazione site-responsive sviluppata dalle artiste Karin van der Molen ed Elena Redaelli insieme a oltre 150 partecipanti, tra cui visitatori e persone vicine all’Art Site of the Railway Warehouse. L’opera è stata realizzata per il 2026 Taoyuan Land Art Festival, svoltosi tra luglio e agosto 2026 presso l’area espositiva dello Xinwu Stone Weir, a Taoyuan, Taiwan.

Nel corso di una serie di workshop, i partecipanti hanno realizzato calchi dei propri avambracci e delle proprie mani, riproducendoli nei gesti di chi tiene o tira una corda. Realizzati in cemento bianco mescolato a polvere di gusci d’ostrica, i 150 calchi hanno composto un campo ovale a forma di imbarcazione, nel quale ciascuna mano afferra una lunga corda nautica rossa, continua.

YEARS OF PAPER, 2026. Elena Redaelli. Exhibition view.

L’opera traccia una mappa della Costa delle Perle non come semplice scenario paesaggistico, ma come soglia vivente tra terra e mare. Collegando le mani tra loro e prolungandosi verso la linea di costa, la corda crea un sistema visibile di tensioni. Evoca le cime utilizzate per l’ormeggio o la pesca, ma anche i confini e le linee di salvataggio. In questo atlante, ogni linea assume un duplice significato: sostiene le attività quotidiane da cui dipende il sostentamento delle comunità e, al tempo stesso, delimita movimenti e forme di controllo.

L’acqua sostiene le comunità costiere attraverso la pesca e il commercio, ma costituisce anche una superficie geopolitica sulla quale l’accesso e il diritto di transito sono oggetto di contesa. In un paesaggio in cui la tutela ecologica si intreccia con le infrastrutture industriali, l’opera si interroga sul significato della condivisione dell’acqua come bene comune e su chi abbia il diritto di attraversarla o di dipendere da essa.

La ripetizione di mani tutte diverse rende visibili la distribuzione del lavoro e le condizioni di reciproca dipendenza. I loro gesti evocano una pluralità di corpi impegnati a sostenere e mantenere una struttura comune. La corda rossa diventa così un tessuto connettivo attraverso il quale le azioni individuali si intrecciano in una narrazione collettiva.

Prima dell’apertura del festival, l’innalzamento del livello dell’acqua e l’erosione costiera hanno reso necessario smantellare la prima installazione. L’opera è stata successivamente ricomposta in una posizione più sicura, dopo aver rifatto i calchi danneggiati. Questo spostamento imprevisto è entrato a far parte della storia del lavoro, mostrando come il paesaggio possa agire sull’installazione e modificarne la forma.

Presentata nuovamente in questa mostra, una parte della struttura lascia il paesaggio costiero per entrare in uno spazio dedicato all’arte. I calchi conservano sia le forme individuali delle mani dei partecipanti sia la sabbia accumulata durante gli oltre due mesi di esposizione all’aperto. La corda continua a mantenere in relazione i loro gesti. Accanto all’opera sono riportati i nomi di tutti i partecipanti.

I gesti del lavoro e la trasformazione dei materiali d’uso quotidiano sono anche alla base di Another Landscape – Emerging Green, un’installazione site-specific realizzata nell’ambito del Provincial Highway 76 Extension Public Art Project D (風起台七六,海野山共行), nell’agosto 2026, al di sotto della Provincial Highway 76, nella contea di Changhua, Taiwan.

Una rete da cantiere recuperata costituisce la struttura di base dell’opera. Tubi di plastica e sezioni di rete arancione vengono intrecciati e annodati attraverso di essa, dando forma a un’ampia superficie scultorea che riveste un pilastro di cemento. Il lavoro attinge al sapere custodito nelle mani degli operai edili, i cui gesti legano e consolidano le strutture materiali di questa regione. Attraverso la tessitura, questi gesti del lavoro vengono trasformati in un linguaggio tessile collettivo. I materiali comunemente utilizzati nei cantieri acquisiscono una nuova funzione, mentre il processo condiviso diventa occasione di scambio di conoscenze ed esperienze.

Sotto il peso dell’autostrada, continua a emergere un paesaggio agricolo rigoglioso. Il verde domina la superficie, interrotto da inserti gialli e arancioni. Questi colori richiamano le risaie e gli alberi da frutto che crescono intorno all’infrastruttura. Sospesa contro il grigio del cemento, la superficie intrecciata rivela la persistenza di questo paesaggio vivente.

Attraversata dal vento e dalla luce mutevole, l’installazione introduce morbidezza e colore nella struttura monumentale dell’autostrada. I materiali di scarto tornano a essere attivi, portando con sé le tracce del lavoro e del luogo e suggerendo la possibilità di un paesaggio diverso all’interno di quello esistente. Presentata in questa mostra attraverso una sezione della sua superficie intrecciata, l’opera abbandona la scala dell’infrastruttura autostradale per entrare nello spazio della galleria. Il nuovo lavoro conserva i gesti che lo hanno generato e suggerisce come materiali dismessi, solitamente considerati esclusivamente in funzione della loro utilità, possano trasformarsi in elementi di bellezza all’interno di un’opera d’arte.

L’ultimo progetto, Intertidal Carapaxia – Wetland Future Fossils, realizzato per il 2026 Siangshan Wetland Art Festival nel settembre 2026 presso la zona umida di Siangshan, a Hsinchu, Taiwan, estende l’indagine sulle ecologie materiali alle forme e ai ritmi della vita non umana.

Intertidal Carapaxia è un’installazione site-responsive di grandi dimensioni concepita per la zona umida di Xiangshan. Il suo corpo frammentato prende forma attraverso strutture metalliche modulari rivestite da membrane bianche ricavate da striscioni pubblicitari riciclati. I loro motivi traforati richiamano la lavorazione all’uncinetto e, al tempo stesso, evocano le forme delle diatomee e del granchio violinista endemico di Taiwan.

L’installazione appare come il residuo scheletrico di un organismo sconosciuto che emerge dal paesaggio. La sua forma è modellata dalla vita della zona umida, dove le specie devono affrontare rapide variazioni della salinità e del livello dell’acqua. Molte sopravvivono scavando tane nel fondale fangoso e spostandosi tra superfici sommerse e aree emerse. Le strutture curve di Intertidal Carapaxia traducono questi movimenti nel corpo di un immaginario fossile del futuro.

L’impiego di materiali sintetici dismessi mette in relazione la fragilità della zona umida con i residui delle attività umane che resistono alla decomposizione. Configurata come un fossile del futuro, l’opera si interroga su ciò che potrà rimanere quando l’erosione e le pressioni ecologiche continueranno a trasformare questo habitat.

In questa mostra, il progetto viene reinterpretato attraverso un grande manufatto bianco all’uncinetto, realizzato in cotone e proveniente dall’Italia, accompagnato da disegni del granchio violinista endemico. Il lavoro all’uncinetto è stato l’ispirazione iniziale del progetto: la sua struttura frattale richiama il modo in cui le forme naturali si sviluppano nello spazio. Collocato su una superficie nera e accostato alle creature della zona umida, questo esempio di artigianato femminile viaggia dall’Italia per entrare in dialogo con la fauna endemica di Taiwan.

Attraverso questi cinque progetti, il fare emerge come una modalità di conoscenza inseparabile dal corpo, dalle condizioni materiali di un luogo e dalle relazioni che si sviluppano nel tempo. La carta, i gusci d’ostrica, il cemento, le reti da cantiere, le membrane sintetiche e il cotone lavorato all’uncinetto non costituiscono semplicemente i mezzi attraverso i quali prende forma un’idea. Partecipano attivamente al processo, custodendo storie, rispondendo alle forze ambientali e conservando i gesti di coloro che li hanno lavorati.

La mostra riunisce questi diversi incontri con la materia senza separarli dalle circostanze in cui hanno avuto origine. Al contrario, permette alle loro storie di rimanere presenti, aprendole al tempo stesso a nuove relazioni all’interno dello spazio espositivo. Ne emerge un diario in continua evoluzione di gesti, scambi e trasformazioni, nel quale la pratica artistica individuale incontra il sapere collettivo e la capacità d’azione della materia. Ecologies of Making propone il fare come una forma di conoscenza situata e relazionale, che si sviluppa attraverso le mani e rimane attenta alle molteplici forme di vita, umane e più-che-umane, che contribuiscono a plasmare un luogo.

La mostra si terrà dal 25 ottobre al 25 novembre 2026 presso l’Art Site of the Railway Warehouse, Hsinchu, Taiwan.

Riferimenti bibliografici

  1. Bennett, Jane. Vibrant Matter: A Political Ecology of Things. Durham, NC: Duke University Press, 2010.
  2. Puig de la Bellacasa, María. Matters of Care: Speculative Ethics in More Than Human Worlds. Minneapolis: University of Minnesota Press, 2017.