Artiste e artisti

HANNALIE TAUTE: RICAMI CHE NON STANNO “AL LORO POSTO” – STORIE DI COLORE E OMBRA

| di Elena Redaelli |

Meet me in the labyrinth, 2018
filo di cotone e gomma, 430 × 390 cm
Cortesia dell’artista

Che siano superfici scivolose e fredde in gomma riciclata, nere come petrolio, o vecchie fotografie color seppia, Hannalie Taute, artista sudafricana, intreccia fili colorati per raccontare storie seducenti e perturbanti, cariche di metafore e significati nascosti. Dalle sue trame emergono figure che gridano, si intrufolano, scavano nel profondo. Nulla è sedato o tranquillo: l’opera gioca con paure viscerali, senza riservatezza. Lo sguardo resta catturato da dettagli cuciti senza compromessi, brutali e coraggiosi; ciò che attrae è una narrazione magnetica, capace di accendere la curiosità e insieme di lasciare un’inquietudine sottopelle. Attraverso l’arte, Taute pungola le nostre reazioni più intime.

La sua disobbedienza gioca con gli stereotipi. Taute entra nel ruolo della “donna”, mettendolo in discussione dall’interno, proprio dove la società lo addestra alla compostezza, tra matrimoni, maternità e “rispettabilità”.

Questo nucleo, fatto di memorie, privato e costrizioni sociali, è al centro di una sua  personale, Mother. Monster. Stitch. (2025/2026), una lettura monografica curata da Karolien van Zyl e presentata da Berman Contemporary. Qui il ritratto di famiglia “si comporta male”: la ritualità del femminile viene perforata e ricucita fino a diventare materia cruda, a tratti grottesca e giocosa. Il ricamo si dichiara resistenza, ribellione tattile che rovescia i codici del riconoscersi “al posto giusto”.

La critica sociale, brutale e ironica, passa proprio dall’ago: il ricamo non rappresenta più docilità e obbedienza, né colloca automaticamente la ricamatrice nel ruolo di moglie e madre meritevole. Eppure, Taute evita lo slogan. Il suo campo d’azione è il privato: la mitologia domestica, il teatro intimo dove si formano identità e regole. Il suo politico si insinua nell’interstizio, nel quotidiano: mostra come il controllo sul corpo e sull’immagine della donna attraversi ciò che sembra innocuo, l’album di nozze, la posa composta, il sorriso richiesto, e come proprio lì un ago possa diventare una dichiarazione.

La sua identità è intrecciata alla famiglia e alla terra. Vive in un piccolo villaggio rurale del Sudafrica, lontano da Johannesburg e Città del Capo. Pur lavorando a livello internazionale, mantiene un legame profondo con le proprie radici: «Il passato conta per capire dove stiamo andando, ma non dobbiamo restarne prigionieri». Cresciuta all’interno del calvinismo afrikaner, un contesto in cui nazionalismo, patriarcato e moralità religiosa hanno storicamente agito come regimi interconnessi di disciplina sociale, più che come semplice fede religiosa, porta con sé un’eredità culturale in cui i ruoli di genere venivano istituzionalmente imposti. Si tratta infatti di una formazione ideologica strutturale più che di un dato biografico, privato: un dispositivo vissuto nel quotidiano che regola l’intimità, organizza i legami di parentela e produce “rispettabilità”, addestrando corpi e soggettività entro forme visibili socialmente autorizzate. (…)

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