Artiste e artisti

STORIA DEL BRAILLE STELLATO DI FULVIO MORELLA. UN SIPARIO SULL’INFINITO

| di Sabino Maria Frassà |

Nella poetica di Fulvio Morella, il ricamo non illustra, non decora, non abbellisce: scrive.

Scrive per chi non vede con gli occhi ma continua a vedere con il cuore, in quell’“invisibile agli occhi” del Piccolo Principe che accompagna l’artista fin dall’infanzia come una verità silenziosa, mai retorica, radicata in un’educazione sentimentale alla cura dell’altro. Scrive soprattutto per avvicinare, per includere senza dichiararlo, per offrire senza imporre.

Mostra Verona InOltre, Braille stellato, 2025 Courtesy Gaggenau Cramum

Il gesto di Morella non nasce come affermazione critica né come presa di posizione ideologica: nasce come atto di amore e di filantropia profonda, come desiderio autentico di condividere un linguaggio che non escluda nessuno. Con il suo braille stellato, Morella non contrappone lo sguardo al tatto, ma restituisce alla mano – e all’essere umano nella sua sostanza più intima – una dignità dimenticata, offrendo un tempo lento e accogliente in cui l’opera possa essere incontrata senza fretta e senza soggezione. Perché noi siamo anche le nostre mani, non solo l’apparire effimero degli occhi: siamo ciò che facciamo, prima ancora di ciò che vediamo, diciamo o crediamo di capire. Il filo diventa così strumento di prossimità, la superficie tessile un luogo di incontro, la parola un’esperienza che non si consuma, ma accompagna nel tempo.

Nel suo percorso artistico, il passaggio decisivo non è quello più appariscente – dal legno tornito, al braille alle stelle – ma quello più silenzioso e radicale: l’ingresso del tessuto. È nella fibra tessile che Morella trova la possibilità di introdurre quel velo che ricercava, non per nascondere ma per proteggere; non per negare la vista, ma per consentire un’latra e più profonda visione non solo della sua opera ma della realtà stessa. L’artista era alla ricerca di un sipario – così lo chiamava mimando il gesto di farsi strada – da attraversare con le mani, di una soglia che costringa lo spettatore a rallentare, a fidarsi, a sentire e vivere prima di vedere. Il tessuto entra così nella sua poetica come gesto di empatia: ciò che a prima vista appare un ostacolo si trasforma in fiducia nell’altro, in consapevolezza dei propri e altrui limiti, e diventa invito a un’esperienza che non chiede prestazione, ma disponibilità. (…)

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