Artiste e artisti

CARNE, MEMORIA E RIGENERAZIONE: IL PENSIERO TENTACOLARE IN TAMARA KOSTIANOVSKY

| di Erika Lacava|

C’è una certa fascinazione nei corpi morti tale da non riuscire a staccare lo sguardo. Uno sguardo interrogante che si chiede quale sia il confine, cosa si nasconde in quell’attimo che separa il prima, la vita, dal dopo. Tamara Kostianovsky cattura quell’istante in una bolla senza tempo reiterandolo all’infinito, entra ed esce dai margini, ferma il tempo confondendone i limiti.

La ricerca di Tamara Kostianovsky si sviluppa attorno al rapporto tra vita e morte, immobilità e trasformazione, violenza e rigenerazione. Le sue installazioni tessili, realizzate prevalentemente con abiti usati e tessuti industriali per tappezzeria, producono un cortocircuito visivo e concettuale tale da non lasciare indifferenti. Il tessuto, elemento quotidiano e domestico, morbido e rassicurante, assume l’aspetto sconcertante di carcasse di animali macellati da cui nascono fiori, tronchi di alberi abbattuti che rivelano al loro interno un reticolo infinito e policromo, uccelli impagliati appesi in una vegetazione rigogliosa.

Courtesy Smack Mellon, SLAG&RX and the Artist. Installation View from Smack Mellon. Photo credit: Etienne Frossard

L’ambiguità che caratterizza il lavoro di Tamara Kostianovsky, in particolare della sua produzione più recente, costituisce la forza del suo lavoro e il suo continuo interrogarci. Un senso di attrazione fatale che ci impedisce a un primo sguardo di deciderci tra il disgusto e la meraviglia, se propendere verso la rabbia o verso il perdono. Il lavoro di Kostianovsky evoca sentimenti contrastanti, come la paura, l’angoscia, l’incanto: è la categoria estetica del perturbante teorizzata da Freud, quello che fa fatica a essere rappresentato perché fa male, che è stato rimosso perché troppo doloroso, o disturbante. Il doppio con cui non abbiamo finito di fare i conti, l’irrisolto che ancora ritorna.

L’opera di Tamara Kostianovsky non può essere separata dalla sua esperienza biografica. L’artista, nata nel 1974, è cresciuta a Buenos Aires durante gli anni della dittatura militare argentina. Un passato ingombrante impossibile da dimenticare, con i suoi trentamila corpi fatti sparire in pochi anni. Una violenza che per anni non ha potuto essere espressa, e la cui voce è riuscita a farsi carne per l’artista solo dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti. Qui ha urlato nel modo che le è risultato più naturale, sotto l’aspetto di quarti di bue appesi nei camion che attraversano le strade argentine. Sulla violenza sociale e politica si innesta quindi la violenza ecologica legata all’abuso di carne da esportazione del bestiame argentino, all’abbattimento degli alberi, alla deforestazione legata a questo commercio. Mostrare la carne squartata attraverso il tessuto è per l’artista un modo sottile di denunciare l’architettura della violenza, dando forma visibile al trauma collettivo di un intero popolo.

Restituisce per tutti, tramite un sostituto, la presenza fisica dei corpi dei desaparecidos che la dittatura ha

cercato di cancellare, trasformando il corpo animale in una metafora del corpo politico. (…)

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