BETTY SALLUCE. CARTOGRAFIA DELLA RELAZIONE
| di Sabino Maria Frassà |
Ogni artista eredita una memoria. Per alcuni coincide con una tecnica, per altri con un luogo, una lingua o una tradizione. Per Betty Salluce (artista nata a Matera nel 1992) la memoria non è mai un semplice archivio del passato, ma un processo di sedimentazione: il modo in cui esperienze, immagini, gesti e paesaggi continuano a lavorare nel tempo fino a trovare una forma condivisa. È in questa lenta trasformazione che nasce il filo, elemento distintivo della sua ricerca. Non come scelta decorativa, né come recupero di una pratica artigianale, ma come punto d’incontro di una biografia, di una formazione artistica e di una particolare idea della relazione. Le cuciture osservate fin da bambina nelle mani delle donne della Basilicata, soprattutto della madre e delle zie, il primo amore per il disegno, la disciplina della pittura, la fotografia come luogo dell’ascolto e, più recentemente, la scelta di vivere con il compagno tra i monti pisani, in una dimensione raccolta e immersa nella natura, non sono episodi distinti del suo percorso.

Sono strati di una stessa esperienza che lentamente si trasformano in linguaggio. La memoria, qui, non funziona come archivio, ma come durata: un passato che non si chiude alle spalle dell’artista, ma continua ad agire nel presente, orientando lo sguardo e il gesto. La Basilicata continua ad abitare la sua ricerca non come nostalgia delle origini, ma come geografia interiore; la Toscana non è un approdo, ma un nuovo paesaggio attraverso cui quella storia continua a interrogarsi. L’artista lavora per stratificazioni, ritorni e connessioni inattese: ogni cucitura trattiene il tempo necessario affinché un’esperienza diventi conoscenza.
Il filo non ricorda il passato; ne conserva la forza generativa. Lo stesso accade al colore, che partecipa al medesimo processo di essenzializzazione. La fotografia si raccoglie in una gamma cromatica trattenuta, quasi monocroma, dove ogni variazione appare minima e necessaria, come una pennellata carica di significato.
A prevalere sono il nero e il rosso, che l’artista interpreta in senso positivo come colori contenitivi: il nero non è assenza, ma profondità, accoglienza, grembo; il rosso non è ferita, ma forza vitale, sangue, energia originaria. In questa tensione tra ombra e vita, il colore non descrive: custodisce.
Prima che questa ricerca si apra pienamente al paesaggio, il suo centro è il corpo. Nelle opere iniziali, e in particolare nel ciclo Neoplasie (2018-2019), il corpo appare come un territorio attraversato da un disagio difficile da nominare. Le figure sono immerse in atmosfere sospese, quasi asfissianti, sottratte alla quotidianità e collocate in uno spazio altro, dove la solitudine diventa una condizione esistenziale.
Forme geometriche, che l’artista definisce “tumori”, si sovrappongono ai corpi rendendo visibile ciò che normalmente resta invisibile: l’incomunicabilità, il non detto, l’inadeguatezza.
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