Artiste e artisti

KARIN VAN DER MOLEN, MESHWORK COME PRATICA. RI-TESSERE L’ARTE CONTEMPORANEA ATTRAVERSO UN FARE-CON: SITO, MATERIA E SIGNIFICATO

| di Elena Redaelli |

La pratica di Karin van der Molen si muove con fluidità tra i linguaggi e le categorie dell’arte contemporanea. Tratta le definizioni come margini operativi, rimodellandole man mano che i significati emergono. La scultura può funzionare come un ecosistema, l’installazione può accogliere incontri, e i materiali agiscono come co-agenti attivi, con un proprio ritmo, una propria resistenza e con richieste ben precise. Ciò che emerge dalla fenomenologia del suo percorso non è una forma riconoscibile e unica, ma un metodo: un impegno costante nel fare-con. Con altre persone, con luoghi specifici, con i materiali e con i significati stratificati che i luoghi portano con sé attraverso storia, lavoro ed esperienza vissuta.

Il termine meshwork cattura questo approccio con precisione. L’antropologo Tim Ingold descrive il meshwork come un intreccio di linee interconnesse, linee di movimento, crescita e cammino, piuttosto che un insieme di punti predefiniti collegati da giunti statici (Ingold, 2011). Le relazioni si sviluppano come percorsi vissuti che si intersecano nel tempo. Nel lavoro di van der Molen, il significato emerge attraverso l’interdipendenza: tra luoghi, storie locali e incontri creativi, molteplici, così come tra forme di azione umane e più-che-umane. Le linee si incontrano, si annodano, si sfilacciano e proseguono.

dutch paradise

Leggere il suo lavoro attraverso il tessile, nel senso più ampio del termine, rende questo meshwork tangibile. Il tessile appare come tecnica che spazia tra fibre vegetali, riuso di tessuti e assemblaggi cuciti di piccolo e grande formato. È presente come materiale: salice, fieno, tappeti e stoffe domestiche. Emerge come conoscenza situata, portando in superficie storie di ecologie, migrazioni, pratiche di pacificazione, memorie locali e amicizie. Il tessile funziona anche come metodo concettuale, soprattutto nei contesti collaborativi, e come etica strutturale. Tessitura e riparazione diventano modi di comporre con forze che eccedono l’artista.

La vicenda artistica di van der Molen rende questo approccio riconoscibile, pur nella varietà di tempi e contesti. Dopo gli studi in diritto internazionale con specializzazione in Diritti Umani all’Università di Amsterdam e successivamente gli studi d’arte alla Vrije Academie dell’Aia, ha sviluppato una pratica che assume il luogo come interlocutore attivo. Le opere, realizzate attraverso residenze, commissioni outdoor e progetti internazionali, crescono a partire da ricerche puntuali, calibrate su ogni contesto, e si fondano sulle specificità dei luoghi coinvolti, dei materiali incontrati in loco e delle storie socioculturali. (…)

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