Artiste e artisti

COSTRUIRE L’ABITARE: IN CONVERSAZIONE CON MARO FASOULI

| di Barbara Pavan |

La nozione di habitat – intesa non semplicemente come una struttura fisica, ma come uno spazio di energie, relazioni e gesti collettivi – è al centro della ricerca artistica di Maro Fasouli. Il suo lavoro affronta l’abitare non soltanto come il confine architettonico che separa lo spazio interno da quello esterno, ma come una più ampia condizione culturale e sociale, modellata dalle strutture attraverso cui le società organizzano la vita privata e quella pubblica. Piuttosto che concentrarsi sulla funzione protettiva di muri e soglie, Fasouli è interessata ad aprire la riflessione sull’idea stessa di abitare: il rapporto tra lo spazio e chi lo abita, e i modi in cui tale relazione si costruisce attraverso sistemi condivisi di percezione, lavoro e organizzazione sociale.

Maro Fasouli, Untitled, 2024, thread, acrylic spray, 210x120cm, Courtesy of CAN Christina Androulidaki gallery, Athens, photo by Stathis Mamalakis

Negli anni la sua ricerca si è rivolta a ciò che comunemente viene definito architettura “anonima” o “popolare” in Grecia. Queste forme di abitazione pre-capitalistica, che oggi possono apparire rudimentali secondo gli standard contemporanei, erano un tempo capaci di generare strutture sociali coese e forti legami comunitari. Con le trasformazioni dei sistemi economici e dei modelli produttivi, queste tradizioni costruttive sono state progressivamente spinte verso la scomparsa – relegate a quella che potrebbe essere definita un’archeologia dell’architettura. L’interesse di Fasouli, tuttavia, non nasce da una spinta nostalgica né dal desiderio di recuperare un passato fossilizzato. La sua indagine mira piuttosto a comprendere come queste strutture possano ancora offrire spunti per riflettere sulle condizioni che rendono uno spazio familiare, intimo e abitabile, avvicinandosi a ciò che Freud definiva la dimensione del heimlich: lo spazio del domestico, del riconoscibile e del vissuto.

Muovendosi tra scultura, installazione e processi legati al tessile, Fasouli traduce queste riflessioni in costruzioni spaziali che spesso si collocano sul confine tra tradizioni artigianali e pensiero architettonico. Intrecciare, legare e assemblare diventano strategie non solo materiali ma anche concettuali attraverso cui l’artista esplora come superfici, strutture e ambienti possano generare nuove relazioni tra corpo, spazio e paesaggio.

Maro Fasouli, Untitled, 2024, thread, acrylic spray, metal, 210x60x60cm, Courtesy of CAN Christina Androulidaki gallery, Athens, photo by Stathis Mamalakis

Maro Fasouli ha studiato Pittura tra il 2000 e il 2005 e nel 2009 ha completato gli studi post-laurea presso il Dipartimento di Arti Visive dell’Athens School of Fine Arts. Nel corso degli anni ha sviluppato una pratica che si muove con fluidità tra processi tessili, strutture scultoree e installazioni spaziali di grande scala. Il suo lavoro ha ricevuto importanti riconoscimenti: nel 2023 le è stato assegnatol’Art Prize della G. & A. Mamidakis Foundation, mentre nel 2021 ha ricevuto la Stavros Niarchos Foundation Artist Fellowshipattraverso l’organizzazione Artworks. Dal 2008 è inoltre membro fondatore del collettivo artistico Under Construction, una piattaforma dedicata alla ricerca artistica collaborativa e alla sperimentazione.

Il suo lavoro è stato presentato in diverse mostre personali, tra cui A House As Big As You Need And Land As Far As You Can See alla CAN Christina Androulidaki Gallery di Atene (2024) e From the Elbow to the Wrist all’Athens Municipality Arts Center(2020), a cura di Christoforos Marinos. Nel corso degli anni Fasouli ha inoltre partecipato a numerose mostre collettive internazionali, tra cui Biennale Révélations al Grand Palais di Parigi (2025), Liminality alla Citronne Gallery di Atene (2024), Persephone’s Nightmare a Exomvourgo, Tinos (2023), Limassol After Development What? a Limassol, Cipro (2022), Weaving Worlds all’American College of Greece (Deree) di Atene (2022), Four — plus one — Elements al Kinono Residency Program di Tinos (2022), thenSYN II: Going Viral alla Steinzeit Gallery di Berlino (2022), Eidyllia Odos al Technopolis City of Athens (2022), Radium Palace alla K-Gold Temporary Gallery di Lesvos (2021) e Weaving the Future Part III alla Municipal Gallery of Shkodër in Albania (2021). È rappresentata dalla CAN Christina Androulidaki Gallery di Atene.

Installation ViewCourtesy of CAN Christina Androulidaki gallery, Athens, photo by Stathis Mamalakis

Nella conversazione che segue abbiamo approfondito i fondamenti concettuali della sua ricerca e l’evoluzione della sua pratica artistica, discutendo il ruolo dei tessili, delle tradizioni artigianali e della costruzione spaziale all’interno del suo lavoro.

Come sei arrivata a utilizzare tessuti e fibre nella tua pratica artistica?

Il mio lavoro si è sviluppato a partire da un interesse per le tradizioni vernacolari e per le forme di conoscenza incorporate nelle pratiche materiali quotidiane. I tessili hanno inizialmente offerto un modo per avvicinarmi a queste tradizioni non semplicemente come artefatti decorativi, ma come sistemi strutturali che organizzano il lavoro, lo spazio domestico e le relazioni sociali. Attraverso la ricerca d’archivio e un confronto diretto con le tradizioni artigianali, ho iniziato a comprendere la tessitura come una forma di pensiero spaziale. La superficie tessuta non è soltanto un oggetto tessile, ma anche una struttura che negozia confini – tra interno ed esterno, tra corpo e architettura. Dal 2020 la mia pratica si è progressivamente spostata dall’oggetto tessile verso installazioni spaziali. Pur rimanendo un riferimento concettuale, la logica della tessitura appare ora tradotta in strutture architettoniche, superfici e costruzioni temporanee che interagiscono direttamente con lo spazio espositivo e con il paesaggio circostante.

Maro Fasouli, Untitled, 2024, thread, 145x230cm, Courtesy of CAN Christina Androulidaki gallery, Athens, photo by Stathis Mamalakis

Tessile e corpo: come si combinano questi due elementi nelle tue opere?

La tessitura tradizionale è profondamente radicata in gesti corporei, ritmi e sistemi di misurazione. Nel mio lavoro il corpo opera sia come unità di scala sia come riferimento spaziale. Piuttosto che rappresentare il corpo, ne incorporo la logica nella costruzione dell’opera. La scala delle strutture, l’altezza delle superfici e il modo in cui il pubblico attraversa l’installazione sono spesso determinati dalle proporzioni corporee e dal movimento. In questo senso il corpo funziona come una struttura di base attraverso cui si organizzano le relazioni spaziali.

Quali tecniche utilizzi per creare le tue opere?

Il mio processo spesso inizia con una ricerca sull’architettura vernacolare, sugli ambienti rurali e sulle pratiche costruttive tradizionali. Questi riferimenti non vengono riprodotti direttamente, ma tradotti in strutture scultoree. Il lavoro si sviluppa poi attraverso un processo aperto in studio. Invece di seguire un progetto prestabilito, costruisco l’installazione gradualmente assemblando, legando, intrecciando e costruendo diversi elementi. Questo approccio permette a tecniche associate all’artigianato – come annodare, cucire o tessere – di convivere con metodi di costruzione più propriamente architettonici.

Come scegli i materiali?

I materiali vengono scelti per la loro capacità di operare tra logiche tessili e logiche architettoniche. Fili e tessuti compaiono spesso accanto a legno, canne, metallo o altri elementi strutturali. Questa combinazione riflette il mio interesse per la relazione storica tra le pratiche artigianali domestiche – tradizionalmente associate agli spazi interni – e la costruzione architettonica, storicamente legata invece alle strutture esterne. Più recentemente, anche i paesaggi rurali e gli ambienti agricoli hanno influenzato sia il vocabolario materiale sia le forme spaziali del lavoro.

Quanto è importante, secondo te, la pratica manuale nel “fare arte”?

Nella mia pratica l’artigianato funziona meno come dimostrazione di abilità tecnica e più come un modo di pensare attraverso i processi materiali. L’atto di costruire qualcosa passo dopo passo permette alle idee di emergere attraverso un contatto diretto con i materiali. Allo stesso tempo mi interessa capire come le tradizioni artigianali possano essere spostate dal loro contesto originario e riattivate all’interno della pratica scultorea contemporanea. In questo senso l’artigianato opera sia come metodo sia come struttura concettuale.

Le tue opere sono molto materiche e spesso di grandi dimensioni. Questo “occupare lo spazio” ha per te un significato concettuale? Quale relazione si stabilisce tra le tue opere e lo spazio che le ospita?

La scala è cruciale perché permette all’opera di entrare in relazione diretta con l’architettura. Piuttosto che produrre oggetti autonomi, mi interessa costruire situazioni spaziali che riorganizzino il modo in cui i visitatori si muovono nell’ambiente. Molte delle mie installazioni ricordano costruzioni provvisorie – muri, barriere o strutture spaziali – che riconfigurano temporaneamente lo spazio espositivo. L’opera diventa quindi inseparabile dallo spazio che la ospita.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? Ci sono artisti o movimenti artistici che ti hanno influenzata?

Il mio lavoro trae ispirazione dall’architettura vernacolare, dalle pratiche artigianali tradizionali e dai paesaggi rurali. Mi interessano in particolare le forme di conoscenza anonime che emergono dall’esperienza collettiva piuttosto che dall’autorialità individuale. Questi riferimenti mi permettono di esplorare come le tradizioni materiali possano essere tradotte in pratiche scultoree e spaziali contemporanee.

Che cosa significa per te essere un’artista?

Per me essere un’artista significa sviluppare un modo di pensare attraverso il fare. Lo studio diventa uno spazio in cui diverse forme di conoscenza – storiche, materiali e spaziali – possono entrare in dialogo. L’arte offre una cornice attraverso cui queste relazioni possono essere messe alla prova, tradotte e reimmaginate.

Come è cambiata ed evoluta nel tempo la tua ricerca e la tua pratica artistica? In quale direzione si è sviluppata?

I miei lavori iniziali erano più direttamente concentrati sulle tradizioni tessili e sulle pratiche corporee incorporate nella tessitura. Con il tempo questa ricerca si è ampliata verso questioni più ampie legate all’architettura, al paesaggio e all’organizzazione dello spazio. Dal 2020 la mia pratica si è sviluppata sempre più attraverso installazioni di grande scala che traducono le logiche del tessile in strutture architettoniche e ambientali.

Quale significato o ruolo pensi che abbia l’arte nel complesso mondo contemporaneo?

L’arte può creare uno spazio di riflessione critica su come la conoscenza viene prodotta e trasmessa. Tornando a pratiche vernacolari e tradizioni materiali, diventa possibile riconsiderare forme di sapere che spesso rimangono marginali nella cultura contemporanea. Attraverso questi processi, l’arte può aprire prospettive alternative su come abitiamo gli spazi e su come entriamo in relazione con il mondo materiale.