LAURA MEGA: L’ARTE COME SPAZIO DEL DUBBIO E DELL’INCONTRO
| di Barbara Pavan |
Romana di nascita Laura Mega si è formata presso l’Accademia di Belle Arti della sua città e successivamente all’Università dell’Immagine di Milano, istituzione pionieristica dedicata allo studio dei cinque sensi, fondata dal fotografo Fabrizio Ferri. Ha vissuto a lungo a Londra e a New York e oggi è un’artista attiva sulla scena artistica internazionale con opere esposte in biennali e progetti realizzati a New York, Londra, Seul, Tokyo, Larnaca, Città del Messico, Dakar, Roma, Praga e Torino. Il suo lavoro è presente in due eventi inseriti nel programma ufficiale della 61ª Biennale d’Arte di Venezia.
La sua ricerca prende spesso avvio da materiali e pratiche tradizionalmente associati al femminile – il ricamo, il tessile, il corredo domestico – che però nelle sue opere perdono la loro funzione originaria per trasformarsi in strumenti di riflessione critica. Il momento preciso che ha segnato l’inizio di questo percorso tessile – benché la consapevolezza del ruolo che il medium avrebbe avuto nella sua ricerca sia maturata solo nel tempo – è individuabile a New York, durante la prima campagna elettorale di Barack Obama. Nel quartiere di Chelsea vede alcune strisce di tessuto con slogan di propaganda appese nello spazio urbano. Rimane colpita da quel modo di utilizzare il tessuto come strumento di comunicazione.

Quelle immagini le riportano immediatamente alla memoria le fasce indossate dalle Suffragette, gli striscioni delle manifestazioni, le bandiere: elementi tessili che sono portatori di messaggi, identità e rivendicazioni. È in quel preciso istante che inizia a ripensare il tessuto non più soltanto come materiale, ma come linguaggio.
Quella intuizione iniziale modifica innanzitutto il suo sguardo su ciò che appartiene alla propria storia personale, come il corredo che sua madre e sua nonna avevano preparato per lei – lenzuola, asciugamani, camicie da notte – destinato a un futuro che sapeva già non sarebbe stato il suo. Tessuti che racchiudevano aspettative, tradizioni e modelli culturali che ora sente il bisogno di interrogare. Intervenire su di essi è stato un modo per trasformarli in uno spazio di riflessione, senza cancellarne la memoria: “Nel tempo mi sono resa conto che alcuni materiali possedevano una capacità espressiva che altri non avevano. La morbidezza, il ricamo e il tessuto portano con sé un immaginario di cura, intimità e protezione che mi permette di affrontare temi profondamente legati alla vulnerabilità umana. Non mi interessa utilizzare il tessile perché tradizionalmente associato al femminile, né recuperarlo come semplice riferimento alla sfera domestica. Ciò che mi interessa è la sua capacità di generare una contraddizione percettiva. L’osservatore si avvicina a qualcosa che appare accogliente, delicato, persino rassicurante, per poi scoprire che quell’oggetto custodisce immagini di guerra, violenza, perdita o fragilità emotiva.”
È proprio in quello scarto che nasce il suo lavoro. Anche il ricamo va oltre la tecnica. È un gesto lento, ripetitivo, quasi meditativo, che porta con sé una memoria collettiva fatta di mani, di tempo e di cura: è un atto gentile. È affascinata da un linguaggio così intimamente legato alla riparazione capace di entrare in dialogo con ciò che, in realtà, non può essere riparato. Il tessile in questa visione non addolcisce la realtà, ma crea le condizioni perché ci si possa avvicinare ad essa senza alzare immediatamente delle difese.
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