LE RADICI TESSILI DELL’EMANCIPAZIONE E LA MODA COME GESTO D’AMORE: YAYOI KUSAMA, L’ARTE DI APRIRSI AL MONDO
| di Susanna Cati |
La Fondation Beyeler presenta dal 12 ottobre 2025 al 25 gennaio 2026 la prima retrospettiva in Svizzera della celebre artista giapponese Yayoi Kusama (1929, Matsumoto). La mostra, organizzata in stretta collaborazione con l’artista e il suo atelier, offre una visione completa dell’opera di Kusama, che si estende per oltre sette decenni di attività artistica. Saranno esposte opere iconiche accanto a lavori meno conosciuti, mai mostrati prima in Europa, oltre a una nuova produzione e a uno dei celebri Infinity Mirror Rooms (Stanze a specchi infiniti).

Artista di fama mondiale e autentica icona dell’arte contemporanea, Yayoi Kusama ha raggiunto lo status di culto grazie alla sua incessante esplorazione di schemi e strutture ripetitive — in particolare attraverso i suoi caratteristici pois (polka dots) e gli ambienti specchiati che trasportano gli spettatori in mondi infiniti, sospesi tra realtà e illusione.
La mostra mette in luce la straordinaria varietà di mezzi espressivi utilizzati da Kusama nel corso degli anni: pittura, scultura, installazione, disegno, collage, happening, performance dal vivo, moda e letteratura. Un percorso che rivela la potenza visionaria e la coerenza poetica di un’artista capace di trasformare l’ossessione in linguaggio universale e l’arte in un’esperienza immersiva dell’infinito.


Le opere tessili di Yayoi Kusama raccontano anche una storia di emancipazione personale e artistica. Da giovane, durante la Seconda guerra mondiale, l’artista giapponese lavorò come sarta in una fabbrica di paracaduti, un’esperienza che segnerà profondamente la sua relazione con i materiali e con l’atto del cucire
Questa dimensione della sua opera, spesso meno nota rispetto alle installazioni a specchi infiniti o ai celebri pois, testimonia la volontà di Kusama di abbattere le barriere tra arte, vita quotidiana e libertà individuale, rendendo il corpo stesso un campo di sperimentazione estetica e politica.


All’inizio degli anni ’60, Yayoi Kusama avviò una trasformazione radicale degli oggetti quotidiani: mobili, stoviglie e capi d’abbigliamento divennero per lei superfici da reinventare. L’artista vi applicava forme organiche realizzate in tessuto imbottito, che poi unificava con uno strato di vernice monocroma. Con questo gesto, Kusama trasferì nella scultura uno dei principi centrali della sua pittura: l’accumulazione apparentemente infinita di elementi simili, un ritmo visivo ossessivo e ipnotico che caratterizzerà tutta la sua produzione.
In questo processo, la funzione originaria degli oggetti perde progressivamente importanza, lasciando spazio a una nuova dimensione simbolica e sensoriale. Gli oggetti, così trasformati, diventano un’interfaccia tra arte e vita, un terreno in cui il quotidiano si fonde con l’immaginazione.

Per anni, Kusama stessa incarnò questa fusione: durante happening, eventi artistici e servizi fotografici, indossò un abito ricoperto di forme falliche, rendendo il proprio corpo parte integrante della sua opera e della sua poetica dell’infinito.
Black Flower e Pollen rappresentano, anche se non esclusivamente, esempi emblematici delle sculture morbide di Yayoi Kusama, opere che rievocano con straordinaria coerenza l’estetica delle creazioni realizzate negli anni ’60.

In queste due sculture, tuttavia, Kusama va oltre la semplice ripetizione del gesto: Black Flower e Pollen assumono la forma di piante cresciute organicamente, evocando la forza vitale e la ciclicità della natura. Il motivo a pois, cifra inconfondibile del suo linguaggio visivo, si trasforma qui in una presenza fluida e immersiva, una trama che attraversa e unisce tutte le dimensioni della sua opera — dalla pittura al disegno, dalla scultura all’installazione, fino alla performance. Per Kusama, i pois non sono soltanto un segno estetico, ma un principio universale. L’artista li considera intimamente legati alla vita, alla natura e al cosmo: una metafora dell’interconnessione tra gli esseri viventi e l’infinito, capace di fondere il microcosmo del corpo con il macrocosmo dell’universo.
Negli anni ’50, Kusama iniziò a realizzare i propri abiti, trasformando la pratica sartoriale in un mezzo di espressione creativa e di affermazione identitaria. A partire dagli anni ’60 — in piena epoca di liberazione sessuale — la sua ricerca si fece ancora più audace: disegnò capi di moda radicali, dalle forme anticonvenzionali e dai motivi ossessivi, successivamente commercializzati attraverso il suo marchio Kusama Fashion Incorporated.

Per Yayoi Kusama, l’abbigliamento non è semplice ornamento, ma un’estensione del corpo e un mezzo per connettersi con il mondo. Nella sua visione, i vestiti dovrebbero “aprire” il corpo all’esterno, permettendo un dialogo diretto tra individuo e ambiente.
È in quest’ottica che molti dei suoi capi prêt-à-porter presentano buchi, tagli e aperture: soluzioni formali che non rispondono soltanto a un’estetica radicale, ma incarnano un’idea di libertà e vulnerabilità condivisa. Gli abiti, per Kusama, diventano così strumenti di relazione, ponti verso l’altro.
In questo modo, la moda si trasforma in una vera e propria forma d’amore — un linguaggio attraverso cui l’artista esplora il desiderio di unione, la possibilità del contatto e la tensione verso l’infinito che attraversa tutta la sua opera.

Gli abiti creati da Yayoi Kusama per diverse occasioni rappresentano un elemento chiave nella costruzione e nella messa in scena della propria immagine artistica — una strategia consapevole che l’artista adotta fin dagli esordi. Già agli inizi degli anni ’50, ancora in Giappone, Kusama si fece ritrarre indossando una camicetta confezionata da lei stessa, posando davanti alle sue opere: un primo esempio di come l’abbigliamento diventasse parte integrante del suo linguaggio visivo e identitario. Nel corso degli anni ’60, la moda assunse un ruolo sempre più centrale nella sua produzione, trasformandosi in un terreno di sperimentazione e di libertà creativa. In sintonia con il clima della liberazione sessuale, Kusama iniziò a ideare capi di abbigliamento radicali, andando ben oltre il proprio guardaroba personale. Questi abiti apparvero inizialmente nelle sue performance e negli happening, per poi approdare anche al mercato attraverso Kusama Fashion Incorporated, la casa di moda fondata dall’artista nel 1969. Le sue creazioni si distinguevano per un equilibrio audace tra ironia e provocazione. Nella collezione See-Through, ad esempio, i tessuti venivano forati con aperture circolari che lasciavano intravedere i genitali e altre zone erogene, sfidando apertamente i tabù dell’epoca. Altrettanto emblematiche erano le varie versioni dell’Orgy Dress, un abito concepito per ospitare da due fino a venticinque persone, permettendo loro di apparire simultaneamente nude e vestite in pubblico.
Attraverso queste opere, Kusama trasformò la moda in un gesto artistico e politico: un mezzo per esplorare il corpo, la collettività e la libertà, ribadendo ancora una volta il suo ruolo pionieristico nel coniugare arte, vita e desiderio.


